sabato 16 dicembre 2017

Quando i conti non tornano


A volte vorrei essere un ragioniere. Lavorare con i numeri, avere come unico obiettivo far tornare i conti. Confrontarmi anche con conti che non tornano, non dico di no; dover trovare il modo per rimettere al loro posto tutte le cifre, spendendoci pure un sacco di tempo. E poi, però, dormire sonni tranquilli.

Perché i numeri non hanno mal di pancia. I numeri non ti guardano  con occhi che vorresti saper leggere, non fanno facce strane perché non hanno capito. I numeri non vengono esclusi. Non osservano i compagni con sguardi a metà tra invidia e ammirazione. A volte, con sofferenza. I numeri non si sentono poco importanti. Non pensano di valere meno degli altri, solo perché corrono meno veloci, non sono vestiti all’ultima moda, non ricordano il congiuntivo trapassato. I numeri non hanno genitori da rassicurare, da contenere, da blandire, a cui chiedere più o meno attenzione. I numeri non si muovono, non si fanno male, non si picchiano. I numeri non fanno sciocchezze da bambini, di quelle sciocchezze che paiono, appunto, solo sciocchezze, per poi trascinarsi dietro litigi, pianti, recriminazioni. I numeri non devono chiedere scusa, perdonare, dimenticare, fare finta che non sia successo niente anche se hanno il cuore spezzato. I numeri non perdono le persone che sono loro care. I numeri non sanno cosa sono la morte e l’abbandono. I numeri non hanno occhi che fanno di tutto per trattenere le lacrime, mentre tu non sai cosa dire. I numeri non fanno la cosa sbagliata, sapendo già che è sbagliata, e che verranno rimproverati per questo. I numeri non cercano la tua attenzione. I numeri non ti fanno sentire inadeguata.

Però poi penso che i numeri neppure ridono. E nemmeno giocano a calcio, e a palla avvelenata. Non ti prendono in giro perché in mensa ci sono, ancora, gli spinaci. I numeri non ti raccontano le loro storie. Non ti abbracciano al mattino, quando arrivi. Non ti regalano disegni e poesie. Non scrivono frasi che fanno commuovere, arrabbiare, sorridere o ridere fino alle lacrime. Non leggono Porci al posto di Proci, scatenando il delirio. Non ridono alle tue battute, e tu non puoi ridere alle loro. Non fanno disegni magnifici, da lasciarti ammutolita. Non rimangono in maniche corte, in giardino, il 15 dicembre. Non si sdraiano per terra, incuranti del freddo, del fango, della pioggia. Non ti ascoltano leggere con gli occhi spalancati e in un silenzio che ha del miracoloso. Non ti guardano come se avessero capito tutto, o come se fossi tu, quello che ha capito tutto.

I numeri hanno valore a seconda del posto in cui li metti. E allora – penso – forse quel che più conta è aiutare chi numero non è a trovare il posto in cui dimostrare tutto il proprio valore.

E, quando i conti non torneranno, prendere un bel respiro e ricordarsi che i bambini non sono numeri.


mercoledì 13 dicembre 2017

Mercoledì al cubo: Colorama, ovvero Verdmelmet, verde super elastico e verde zuppa, un ponte tra grandi e piccolissimi






VERDMELMET
È un misto di verdi chiari scuri e quindi forma un verde simile a un colore strano

VERDE SUPER ELASTICO!
È un verde né troppo chiaro, né troppo scuro, e si chiama così perché ti puoi immaginare un colore che si tira, diventando elastico

VERDE ZUPPA
Ha la qualità di avere il colore zuppa anche se la zuppa non mi piace però è un bel colore




Una delle parole che più amo è ponte. Non c’è neppure bisogno di spiegarne il perché.
E, naturalmente, amo che i libri siano un ponte. 

Lo sono tra l'editore, l’autore, l’illustratore e il lettore.
Lo sono tra la parola e l’immaginazione, tra l'immagine e la fantasia.
Lo sono tra lettori diversi.
Lo sono in migliaia di modi.


Fino a ieri,  però, non avrei immaginato che

Colorama
 


di Cruschiform, L’ippocampo Ragazzi

 


sarebbe potuto diventare, oltre che un regalo inatteso per i  miei ragazzi, anche un ponte solidissimo tra loro e chi prenderà, tra pochi mesi, il loro posto.


Intanto, scrivevo, un regalo. Perché da molte settimane, con le Briciole e Scaffale Basso (qui e qui le loro versioni) avevamo deciso che questo sarebbe stato il nostro cubo di dicembre.
Ma io, naturalmente, arrivo sempre all’ultimo. E così, solo ieri ho trovato il tempo e l’occasione di sfogliarlo in classe davanti agli occhi ammirati dei ragazzi e di leggerne loro alcune pagine.














È iniziato così, come una sorta di divertissement in cui scegliere un pastello, utilizzarlo per colorare un quadrato, dargli un nome, reale o di fantasia, e scriverne poche righe di spiegazione.

E poi, in un attimo, quello che era iniziato per gioco è diventato, come spesso accade ai bei giochi, una cosa serissima. A questo punto, abbiamo pensato che questo lavoro, che tanto ci aveva divertito, potesse diventare il primo regalo per i piccoli che a settembre prenderanno il posto di questi ormai grandissimi. Che, devo dirlo, nei pochi minuti di ieri mi hanno reso davvero orgogliosa.

ARANCIASPRO
È un arancione aspro intenso come l’arancione del fuoco

ARANCIONE SOLE
L’arancione del sole ci serve perché se no sarebbe sempre inverno









BLU FELPA BLU
Si dice che il color blu felpa blu guarisca i gatti con il suo colore così intenso





















giovedì 7 dicembre 2017

Di Gatto Felice, e della beatitudine


Da tempo non scrivo di un albo per il puro gusto di farlo. Per dire, semplicemente: “Questo libro è bellissimo, non potete farne a meno, compratelo.”

Perché, la maggior parte delle volte, io i libri li leggo anche per utilizzarli in classe. E spesso c’è questa sorta di retropensiero, che potrebbe farmi perdere la strada. O, meglio, al contrario, costringermi su una strada fin troppo nota, e impedirmi di perdermi. Che, a volte, perdersi è necessario.

E insomma, c’è un libro che mi ha fatto tornare prepotente il desiderio di scriverne solo per scriverne. Non so nemmeno se lo sto facendo per chi ne leggerà, o se lo faccio principalmente per me, perché scrivere mi piace, e scrivere di una cosa bella è un lusso, una forza, una beatitudine.

Non uso a caso questa parola: ogni volta che apro, sfoglio, leggo



Gatto Felice

di Giovanna Zoboli e Simona Mulazzani, Topipittori



è proprio il senso di beatitudine a impadronirsi di me. Proprio come fanno certi gatti (e anche certi cani).

Non so perché ciò avvenga, e per certi versi ho una sorta di pudore a tentare di raccontarlo: perché Giovanna è il mio editore, nonché il mio editor, e tutto quel che rischia anche solo vagamente di passare per piaggeria mi allontana, mi trattiene.

Eppure, Gatto Felice.

Mi chiama. È così. Ogni tanto - non c’entra nulla - mi viene in mente. E sorrido.

Mi immagino mentre lo leggo ai miei ragazzi. Che ho proprio voglia di farlo. Ma dev’essere il momento giusto. E non è detto che debba essere un regalo. Potrebbe invece essere una riconciliazione, la risposta a un momento di conflitto, di fatica, di disagio. A volte, di delusione. Ce ne sono, in classe. Eccome se ce ne sono.

E allora lo metto in borsa. E aspetto. Aspetto che quel momento arrivi. E, prima, ancora una volta, me lo gusto da sola.

Che poi, io le recensioni mica le so scrivere. So scrivere di quel che faccio in classe coi ragazzi. Questo faccio.

Però, come si fa a non scrivere di questo gattone, amico, fra l’altro, di un cuscino e due libri, con un gilet nero e un paio di pantofole a forma di zampe di gatto, e con i croccantini a forma di cuore nella ciotola gialla? Gialla come la luna che occhieggia dalla finestra.



Perché Gatto Felice, è chiaro, è amico anche della notte e, naturalmente, della luna.

E poi, in una notte estiva di gran caldo, Gatto Felice

“[…] siccome delle sue sette vite ormai gliene sono rimaste due, decide che è venuto il momento di partire.

Così parte come partono i gatti quando vogliono fare il giro del mondo.


In silenzio, da una porticina che c’è nel buio.”



Forse, ho pensato, Gatto Felice mi piace tanto perché è tutto il contrario di me: audace, viaggiatore, silenzioso. E vive le stesse avventure che vorrei vivere io, se ne avessi il coraggio.

E chissà se anch’io sarò capace, quando mi rimarranno solo due vite, di decidere che è venuto il momento di partire. In silenzio, da una porticina che c’è nel buio.

sabato 2 dicembre 2017

A proposito di prove Invalsi

Nella nostra classe, un libro (fascicolo Invalsi - Ndr) non può racchiudere tutto quello che abbiamo fatto in questi anni.

F., 10 anni


Le prove Invalsi sono delle verifiche mandate dallo Stato per verificare se gli alunni e le maestre stanno facendo il loro dovere.
A., 10 anni


La differenza tra le prove Invalsi e le verifiche per me è che nelle verifiche sai quanto hai preso, il tuo voto, invece nelle prove Invalsi non lo sai perché dopo le consegni e non le rivedi più.


Ci sono decisioni che non posso, e non voglio, prendere da sola.
Mi piace condividerle con i ragazzi, ragionare con loro, valutare pro e contro, confrontandoci e contemplando la possibilità di cambiare idea.

Una tra le tante questioni aperte di questi mesi riguarda la mia posizione circa le prove Invalsi: non le demonizzo, ma credo sia molto limitante che il mio lavoro - il lavoro di ogni insegnante -  venga valutato solo sulla base dei risultati di una prova standardizzata, che non tiene in alcun conto tutta una serie di attività, e relative competenze, che i ragazzi possono aver raggiunto in questi anni, oltre a quelle relative alla comprensione e ad un certo tipo di riflessione sulla lingua. Soprattutto, dentro questo tipo di prova non potrà mai esserci spazio per documentare, valorizzare e valutare il processo, il percorso individuale e collettivo necessario ad acquisire le molteplici competenze di una ragazza, un ragazzo, al termine della scuola primaria: dov'è il pensiero critico? Dove l'argomentazione del proprio pensiero, delle proprie opinioni? Dove la capacità di esprimersi oralmente e attraverso lo scritto? Dove una riflessione sulla lingua che si fa strumento e stile unico e personale per la scrittura?

Ma tant’è: le prove Invalsi sono legge, e alla legge non mi sottraggo, pur esprimendo tutte le mie perplessità in merito.

Quel che invece ancora non sono riuscita a decidere è se, e in che modo, preparare i miei ragazzi a queste prove: certo, mi pare di farlo ogni giorno, attraverso la riflessione, il ragionamento, la condivisione, il confronto. Ma da tempo sono sul mercato strumenti operativi – ovvero, libri di schede – che riprendono le prove degli anni passati e permettono ad insegnanti e alunni di lavorare su di esse in modo collettivo e/o individuale.

Che fare? Suggerirne l’acquisto oppure evitarlo, continuando a dedicare più tempo ad altro?
La domanda non è oziosa, né retorica; così ho deciso di farmi aiutare dai ragazzi stessi, e nei giorni scorsi ho chiesto loro, per cominciare, se sapessero spiegare cosa sono e a cosa servono le prove Invalsi:

Sono delle prove che voi fate per far capire ai professori delle medie se qualcuno magari ha più difficoltà o chi va meglio in certe materie, e lo vedono dai risultati

Sono delle prove di comprensione che decide lo Stato di fare

Io credo che siano delle prove per sapere come ci stiamo preparando in tutto l’anno e anche per sapere quali argomenti… per esempio, 3 bambini sbagliano un argomento e 28 ne sbagliano un altro, e sarà il caso di riprendere l’argomento che hanno sbagliato i 28 bambini e non quello che hanno sbagliato in pochi

Per me sono delle prove che noi dobbiamo fare, almeno voi capite cosa siamo incerti e cosa l’abbiamo capito quando l’avete spiegato, almeno chi andrà a Carimate potrete dirlo ai professori delle medie, almeno sanno cosa devono ripassare
Per me le prove Invalsi sono delle prove che aiutano le maestre a capire se hanno spiegato bene durante la lezione e se i bambini possono affrontare altri argomenti
Per me le prove Invalsi non servono molto ma servirebbe di più un’interrogazione a fine quinta
Secondo me le prove Invalsi è come se ti danno una rinfrescata alla mente e ti fanno ricordare le cose che hai imparato nei cinque anni
Per me sono dei test 
Sono delle prove che… cioè, non sono valutate, solo quando devi passare, ad esempio alle medie, oppure alle superiori
Ti fanno dei test per vedere cos’hai imparato durante gli anni, dipende se sei alle elementari, alle medie o alle superiori
Oltre a vedere se hai ascoltato e se hai imparato, serve anche per gli insegnanti, per capire se insegnano bene o no
Per me le prove Invalsi sono delle prove che vengono fatte due volte per le elementari e che spiegano il modo in cui le insegnanti insegnano e dicono cose sbagliate o giuste per vedere se gli alunni imparano meglio
Sono delle prove per prepararsi agli esami
Le prove Invalsi sono delle prove che ti possono aiutare o sono anche per capire se sei pronto per andare alle medie e fare quello che ti chiedono
Le prove Invalsi sono uguali alle verifiche, però più semplici ma allo stesso tempo anche un po’ difficili
Le prove Invalsi sono delle prove che vengono valutate e mandate in un centro scolastico per valutare le insegnanti
Secondo me sono delle prove per capire se gli alunni hanno capito bene le cose che gli spiegano le maestre e se sono pronti alle medie
Le prove Invalsi sono dei test per verificare se un alunno ha imparato e ascoltato oppure no
Le prove Invalsi sono delle verifiche mandate dallo Stato per verificare se gli alunni e le maestre stanno facendo il loro dovere


Mi pare che non tutti abbiano chiaro che differenza ci sia tra verifiche e prove Invalsi, così chiedo loro di spiegarlo:
La differenza per me è che nelle verifiche sai quanto hai preso, il tuo voto, invece nelle prove Invalsi non lo sai perché dopo le consegni e non le rivedi più
C’è una differenza particolare: che le verifiche sono su un argomento, invece le prove Invalsi sono su tutti gli argomenti
Le verifiche sono delle schede, invece le prove Invalsi devi fare praticamente tutto un libro
Le verifiche servono alla maestra per vedere se un alunno ha capito quello che stava spiegando, e le prove Invalsi servono per vedere se le maestre hanno insegnato quello che c’era da insegnare per quell’anno
Una verifica viene valutata e serve per la maestra, per vedere se gli alunni hanno ascoltato e hanno capito l’argomento che ha spiegato, invece le Invalsi non vengono valutate e servono allo St… alle persone più grandi per vedere se la maestra ha svolto bene il suo lavoro
Le verifiche servono per… sono sull’argomento di cui hai appena parlato in classe, e le prove Invalsi possono parlare di più argomenti
Le prove Invalsi servono per valutare gli insegnanti, mentre le verifiche servono per valutare gli alunni
Le prove Invalsi sono dei discorsi che hai fatto per tutto l’anno, invece le verifiche parlano di un argomento solo
Le prove Invalsi sono più lunghe perché racchiudono più argomenti e sono anche più difficili, invece le verifiche sono più corte e racchiudono solo un argomento
Le prove Invalsi servono per vedere se gli argomenti che sono stati fatti un mese fa te li ricordi ancora, invece le verifiche servono per vedere se l’argomento appena fatto lo ricordi bene
Le prove Invalsi è come se fosse un riassunto di quello che hai fatto nei cinque anni a conclusione delle elementari e per capire se sei pronto per le medie. A me mi mettono ansia, però.

Qui scatta il primo campanello d’allarme: la parola ansia, in bocca ad un decenne, mi fa pensare.
È una parola che ritorna.
Chiedo ai ragazzi di esprimere e motivare il proprio parere circa l’acquisto del libro per esercitarsi per le prove:
 


Le ragioni del sì:
Ci aiuta a prepararci meglio e a comprendere delle cose nuove, magari
Io di solito quando faccio una verifica o qualcosa sono in ansia e quindi magari se abbiamo il libro ce la togliamo
Ci aiuta, prima cosa, e poi ci aiuta a prepararci, a comprendere come saranno le prove Invalsi
Ci aiuta a esercitarci
Se facciamo le prove Invalsi preparati, è meglio che non averlo fatto, quindi è meglio esercitarci
Se ci esercitiamo meglio, potrebbero andare meglio le prove Invalsi
Prima di tutto per i bambini che sono in difficoltà in italiano o in matematica, può aiutarli il libro, e poi è molto più comodo, puoi affrontare le prove Invalsi senza preoccuparti
Le prove Invalsi per alcuni sono anche molto difficili, non per tutti appena leggi il testo lo capisci e inizi subito con le domande, magari a qualcuno serve di più esercitarsi
Arriviamo più preparati alle Invalsi e magari siamo già più pronti
Capiamo meglio come sono le Invalsi e ci abituiamo per quando le faremo
Possiamo esercitarci e arrivare alle Invalsi che sappiamo più o meno quello che ci sarà dentro quelle schede o il libro che ci sarà e farle meglio
Possiamo imparare di più e ci ricordiamo più cose che forse prima non sapevamo
Con il libro iniziamo con un livello non bassissimo però basso, non siamo ancora preparati, però quando avremo il libro ci eserciteremo e saremo più pronti
Ci aiutano a prepararci per la prova di ingresso alle medie
Così possiamo ricordarci quello che abbiam già fatto, perché forse non ce lo ricordiamo benissimo e in quel modo possiamo ricordarcene, in modo da arrivare più pronti all’Invalsi
Secondo me un libro può aiutarci di più nelle prove Invalsi


Le ragioni del no:
Secondo me non serve necessariamente un libro per esercitarsi, perché magari altri ragazzi fanno fatica sul libro, perché pensano che sia difficile
Sono prove Invalsi e secondo me dovrebbero essere su quello che abbiamo imparato a scuola, perché se prendiamo un libro per esercitarci poi diventa un po’ più facile
Non servirebbe perché si potrebbe fare anche una verifica di tutto quello che abbiamo studiato
Tanto le abbiamo già capite, le abbiamo fatte in seconda e non è che serva a molto un libro
Abbiamo già le verifiche

Per le prove Invalsi per me non ti devi preparare prima con un libro, perché devi ricordarti tutto quello che ti è stato insegnato nei mesi precedenti
In un libro, visto che le Invalsi racchiudono un po’ tutto quello che abbiamo fatto, nella nostra classe un libro non può racchiudere tutto quello che abbiamo fatto in questi anni, e anche perché le Invalsi le abbiamo già fatte quando eravamo in seconda e quindi sappiamo già un po’ come sono
Praticamente le verifiche racchiudono già quello che abbiamo fatto ed è possibile che facciamo un’altra verifica con la stesso argomento e sai già gli errori che hai fatto e così non li fai… non li sbagli più e così sai già questo argomento, lo sai bene
Abbiamo fatto verifiche su quasi tutti gli argomenti e secondo me non abbiamo bisogno anche di un libro per ripassare ancora



Alla fine di una discussione durata, in entrambe le classi, quasi un'ora, chiedo a tutti di votare, anticipando che la decisione sarà presa sulla base dei voti totali: il risultato è 38 sì e 14 no.
Anche chi non ha partecipato oralmente alla discussione motiva il proprio parere sulla scheda di voto.

Ora sono più tranquilla; i ragazzi hanno deciso.
Quel che ancora devo riuscire a spiegare bene loro è che il risultato delle prove non ha mai influito né influirà in alcun modo sul mio giudizio su di loro, né sulle rispettive competenze.


martedì 28 novembre 2017

La mia pelle


Io sono  nella mia pelle,
io  sono la mia pelle, quando si fa male,
io sono lei e mi faccio male insieme a lei.
Quando io piango lei è triste,
quando la mia pelle piange, io sono triste.
Con la mia pelle convivo ogni giorno,
e da quando sono nato
lei mi protegge.

Per la mia pelle farei di tutto,
perché non vorrei mai rimanere senza pelle.
Con la mia pelle ho vissuto delle avventure fantastiche,
e ne vivrò molte altre.

Io senza la pelle non sarei
niente.
G., dieci anni






Dalla mia pelle io derivo.
Nella mia pelle ci sono io
fuori sempre io.
Con la mia pelle io gioco e mi diverto.
Sulla mia pelle cicatrici e ferite
si accumulano.
Tra me e la mia pelle non c’è
niente.
Della mia pelle ho poco da raccontare
ma so che non mi lascerà mai.
Alla mia pelle io do opportunità di movimento.
La mia pelle è come quella di qualcun altro
solo che è la mia e per me è speciale.
La mia pelle è la mia pelle e io sono io.

S., dieci anni





Alla mia pelle è successo qualcosa
circa dieci anni fa, tutto era buio,
quando all’improvviso ho visto una luce
e la mia pelle si è schiarita.
Un giorno ho sentito nella mia pelle un battito
e ho capito che quel battito mi faceva vivere.
Con la mia pelle vado dappertutto
non la lascio mai.
Tra la mia pelle e me c’è un liquido rosso,
rosso come il fuoco, rosso come la lava
quando entra dal vulcano
e quel vulcano è il cervello.

A., dieci anni




Prendi una tra le tante, magnifiche poesie di Giusi Quarenghi contenute nel libro 


E sulle case il cielo



Topipittori 

La mia pelle. Ancora
non riesco a capire
se finisco sulla pelle
o se sulla pelle
comincio
Mi contiene
la mia pelle mi protegge ma
appena qualcosa la tocca io
sono lì sulla pelle
a sentire
Io sono dentro
chi bacia la mia pelle bacia me
Io sono fuori
se la mia pelle si ferisce
io sono ferito. Io sono dentro
sono quello che non si vede
Io sono fuori, sulla mia pelle
vado incontro al mondo
Nella mia pelle incontro te
Nella tua pelle
Giusi Quarenghi, E sulle case il cielo, Topipittori

Leggila ad alta voce ai ragazzi un paio di volte. La seconda, soffermati su alcune parole semplicissime: sulla, nella. 
Sono preposizioni articolate, dicono i ragazzi.
Scrivi alla lavagna tutte le preposizioni (articolate o accompagnate dall’articolo determinativo) che si possono anteporre alla parola pelle:
della mia pelle
alla mia pelle
dalla mia pelle
nella mia pelle 
[…]
Poi di’ ai ragazzi di scrivere per 20 minuti sul taccuino, facendosi suggestionare dai versi della poesia o dagli incipit scritti alla lavagna.
Intanto, scrivi anche tu per 20 minuti.
Leggi loro ad alta voce quello che hai scritto, poi ascolta, insieme ai compagni, almeno una frase, un brano, o tutto quel che hanno loro.
Dai loro il tempo per ricopiare, in tutto o in parte, quel che han scritto sul quaderno.

Porta a casa i quaderni, fingi di non vedere alcuni errori e beati delle loro parole.









La mia pelle è liscia e piena di nei, la mia pelle si fida di me, la mia pelle è straordinariamente bella. Mi piace la mia pelle perché è fiduciosa; quando piango piange anche lei e quando cado io e la mia pelle ci alziamo subito. Nella mia pelle si trova il sangue che mi dà la forza per vivere. Sulla mia pelle si trova la penna con cui sto scrivendo questo testo. Fra la mia pelle si trovano le ossa che sostengono il mio corpo.
F. dieci anni


La mia pelle in estate è molto scura, in inverno invece è abbastanza chiara.
Alla mia pelle ne succedono di ogni colore.
Con la mia pelle ci passo tutte le mie giornate.
Per la mia pelle faccio il possibile per curarla.
Tra la mia pelle ci sono dei segreti che non dirò mai a nessuno.
Sulla mia pelle ci sono molte cose come: batteri, peli, polvere, segni e cicatrici che ci saranno per tutta la mia vita.
La mia pelle è la mia pelle e io sono io.

E., dieci anni



La mia pelle è un album di fotografie perché la mia pelle sostiene i ricordi dei miei incidenti.
Dalla mia pelle escono emozioni di cui alcune volte vado fiero.
Sulla mia pelle scivolano le piccole gocce della pioggia.
Nella mia pelle c’è un colore più scuro degli altri.
Con la mia pelle posso toccare l’altra gente.
La mia pelle è me e io sono lei.

J., dieci anni



Con la mia pelle io sento tutto, anche un lieve soffio di vento che mi si poggia sulla spalla.
Alla mia pelle ogni giorno regalo acqua e sapone.
[…] Ogni cicatrice o segnetto sulla pelle ti racconta la tua infanzia.

La mia pelle dice quello che io non voglio e che tengo dentro, ma qualche volta fa bene e non ci fa andare nei casini. 
La mia pelle ha dei segreti come me e che non dirà mai a nessuno.

La mia pelle è delicata, soprattutto quella del collo.
Dalla mia pelle mi aspetto meno ferite che mi possano fare male, tanto male e piangere.
Nella mia pelle ci sono brividi e colpi di freddo.
Nella mia pelle c’è il mio passato.


La mia pelle mi segue,
 in tutto quello che faccio.
La mia pelle tocca quella degli altri, 
ogni cosa che faccio lei tocca, tocca e tocca ancora.
La mia pelle delle volte è stupenda, altre proprio no.
[..]
Adesso la mia pelle sta toccando la penna e la penna tocca il taccuino ed è bella questa catena.


La mia pelle è fuori dal mio corpo, il mio corpo è dentro la mia pelle.
[…]
Per me la mia pelle è la più grande difesa che abbiamo.




La pelle ti appartiene e non puoi scambiarla.
La pelle è un desiderio della mamma appena nasci.
La pelle non va maltrattata, la devi curare, come le ferite.
Sulla pelle abbiamo molti segni e cicatrici, questi sono ricordi.
La pelle è la cosa più importante.

S., dieci anni



La mia pelle ha provato emozioni mie.
La mia pelle ha ricordi piacevoli che ho toccato.
La mia pelle sa tutto di me.
La mia pelle ha l’inchiostro di penna della scuola.
La mia pelle ha le impronte digitali e le unghie.
La mia pelle sa che dentro di lei ci sono io.

S., dieci anni



Fra la mia pelle e me non c’è niente, con la mia pelle gioco, sulla pelle sento graffi.
Dalla mia pelle nasco, dalla mia pelle cresco, dalla mia pelle io sento dolori.
Nella mia pelle bolle sangue, tra la pelle e il mio cuore ci sono strati.
Mi sento nella pelle e lei in me.
Nella pelle io capisco le cadute segnante e non me ne pento.
Nella mia pelle sento calore. Nella mia pelle io vivo, ci son nata.
Con la pelle faccio cose, nella mia pelle mi trovo bene.
Questa poesia la dedico alla mia 
pelle che mi sostiene e non mi
ferisce mai.
La mia pelle è una parte di me.

S., dieci anni

 


La mia pelle ne sa più di me.
[…]
La mia pelle mi distingue dagli altri.


La mia pelle è nata in una pancia, formata da piccole molecole. Da quella pelle sono nata io, e quel pianto che avevo era la mia pelle attaccata a quella della mamma.


La nostra pelle
è come l’atmosfera
che protegge
il nostro pianeta.


Dalla mia pelle imparo molte cose che non sapevo.
La mia pelle mi forma, ma si sporca.
La mia pelle soffre.


Nella mia pelle salto, gioco e mi proteggo, anche se ogni cosa che tocca la mia pelle tocca anche me; quindi non sono del tutto riparato, la mia pelle è come un costume che indosso ogni giorno ed p speciale perché come tutte le altre è diversa dalle altre. Però al contrario di un costume mi permette di sentire, mangiare, respirare meglio… è fantastica!


La pelle che ho, a volte, ripeto, a volte, si lascia comandare da me, quando sono a scuola per esempio, ma quando torno a casa crollo […].
Io sono avvolto dalla pelle, e lei avvolge me, io sono dentro la mia pelle, e lei è fuori di me, ogni tanto facciamo pace, ma poi ricominciamo a litigare.


La mia pelle è felicità
La mia pelle è unica
La mia pelle è un ricordo
La mia pelle si consuma
La mia pelle è in viaggio
La mia pelle cresce
[…]


La mia pelle è mia perché su di lei c’è tutta la mia vita. 
[…]
La mia pelle resterà sempre con me anche perché non posso liberarmene.


Io sulla mia pelle faccio dei disegni come dei veri tatuaggi, lo so che rovinano la pelle ma sono belli.